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Articolo che ho scritto per il Fatto Alimentare:

 

Un viaggio affascinante tra virus e pandemie del passato per prepararsi all’apocalisse che verrà. Questo è l’ultimo libro di Michael Greger, “How to Survive a Pandemic”, come sopravvivere a una pandemia. L’autore fa divulgazione nel campo della nutrizione attraverso il suo sito Nutritionfacts.org da oltre 10 anni, non accetta sponsorizzazioni e i proventi dei suoi libri, che sono dei best seller, sono destinati ad opere di beneficenza. Il tema del conflitto di interesse e quindi della credibilità è affrontato con grande serietà dall’autore, il cui sito è interamente sovvenzionato da donazioni volontarie che arrivano da tutto il mondo. Ogni concetto riportato nel libro ha una referenza bibliografica, arrivando a oltre 3.600 citazioni.

Il testo inizia descrivendo la pandemia influenzale del 1918, che ha ucciso il numero più alto di persone nel minor tempo di ogni altra epidemia della storia dell’uomo: dai 50 ai 100 milioni di individui, per lo più giovani di età compresa tra i 20 e i 34 anni. Si stima che la peste nera nel Medioevo abbia ucciso lo stesso numero di persone, ma nell’arco di un secolo. L’influenza del ‘18 venne definita la morte viola per il colore della cute delle persone decedute che era di un blu così intenso (cianosi da ipossia) da rendere difficile distinguere se il corpo dei morti apparteneva ad individui bianchi o di colore. Inoltre le persone perdevano sangue da naso, bocca, orecchie e occhi. I pazienti soffocavano e letteralmente annegavano nelle secrezioni polmonari miste a sangue. Un epidemiologo ha scritto che questa epidemia è stata un evento così traumatico e terrificante che è stata rimossa dalla memoria collettiva, per cui tutti conoscevano la peste del Medioevo ma nessuno ricordava la recente pandemia del ‘18.

Grazie al ritrovamento in Alaska nel 1997 del corpo congelato di una giovane donna deceduta nel 1918 si è riusciti a risalire al virus che ha causato l’influenza conosciuta come “la spagnola”: H1N1 di origine aviaria. Con una nuova tecnica chiamata reverse genetics è stato quindi ricreato in laboratorio, letteralmente fatto rinascere. Il genoma è stato pubblicato nel web a disposizione di tutta la comunità scientifica.

I virus influenzali rappresentano una delle minacce maggiori per la specie umana e hanno come serbatoio naturale le anatre, nel cui intestino vivono in simbiosi senza causare danni all’ospite (in questo caso l’anatra). Gli scienziati ritengono che l’uomo non abbia mai conosciuto l’influenza prima di 4.500 anni fa, cioè da quando addomesticò le anatre.

Più recentemente, nel 1997, un bambino di 3 anni venne ricoverato con febbre e mal di gola in un ospedale di Hong Kong: dopo una settimana morì per insufficienza respiratoria, epatica e renale. Si trattò del primo caso al mondo di infezione da influenza aviaria H5N1. Temendo che fosse l’inizio di una nuova grave pandemia, due super-esperti dai Cdc americani e dall’Europa, volarono a Hong Kong. Nel giro di pochi giorni vennero sterminati tutti i polli della città (un milione) per bloccare la diffusione del virus. In totale ci furono solo 18 persone contagiate, di cui sei morte.

Nel corso di questi anni ci sono stati altri casi di trasmissione di questo virus all’uomo. I maggiori esperti di malattie infettive al mondo “trattengono il fiato” come “in attesa di un vulcano che sta per eruttare”. L’H5N1 rappresenta un virus influenzale dalle proporzioni bibliche con una mortalità che è 100 volte quella del Covid-19 (50% di mortalità, cioè una persona su due muore). Stimano che ci saranno nel mondo almeno un miliardo di morti e un collasso dell’intera società (immediato crollo del sistema sanitario, blocco di internet e energia, mancanza di cibo). Gli scienziati continuano a ripetere da oltre 20 anni che non è una questione di se ma di quando, perché è certo che prima o poi arriverà, potrebbe essere anche oggi. Infatti l’H5N1 circola nel mondo sia tra gli uccelli acquatici, sia negli allevamenti di polli in Asia in una percentuale del 10%.

La pandemia di Spagnola del 1918 ci ha insegnato che bastano poche dozzine di mutazioni per trasformare un virus aviario in un virus letale per l’uomo; i virus di tipo influenzale sono i più presenti e contagiosi nella storia dell’uomo e con l’arrivo dell’H5N1 anche i più letali. Mutano ad un ritmo molto elevato e sono in grado pure di scambiarsi pezzi di genoma.

Negli ultimi 70 anni gli allevamenti di maiali, polli e galline ovaiole sono aumentati sempre più di dimensione per ridurre i costi e aumentare i profitti. I polli sono ammassati in capannoni di 25 mila volatili, gli allevamenti di maiali raggiungono i 6-10 mila capi, mentre gli impianti per la produzione di uova possono arrivare al milione di galline. Questi allevamenti rappresentano un habitat ideale per la replicazione e mutazione virale: i maiali hanno nei polmoni dei recettori sia per virus influenzali di tipo aviario che di tipo umano e quindi li possono albergare al loro interno entrambi questi patogeni che possono scambiarsi pezzi del loro genoma creando nuovi ceppi potenzialmente trasmissibili agli esseri umani.

È difficile tener conto di tutte le epidemie di aviaria che negli ultimi 25 anni hanno costretto gli allevatori a sopprimere milioni di polli con ingenti danni economici. I guadagni delle aziende sono personali, le perdite quando ingenti, sono coperte da interventi statali. Talora i polli vengono sterminati direttamente dalla malattia come è accaduto ad esempio nel 1999-2000 in allevamenti del Veneto e della Lombardia dove un virus aveva una morbilità e mortalità del 100% (cioè ogni pollo che incontrava il virus si ammalava e moriva).

In Cina nel 1968 c’erano circa cinque milioni di maiali, adesso sono 700 milioni; i polli erano circa 12 milioni, adesso sono 10 miliardi. Negli Stati Uniti cento anni fa ogni americano mangiava in media solo due etti di pollo all’anno, oggi 45 kg! Le abitudini alimentari si sono modificate nel tempo con un aumento importante dei consumi di carne, quindi così come sono aumentati i consumi possono anche essere drasticamente ridotti. È utile ricordare che il fabbisogno di proteine nell’uomo è talmente basso che può facilmente essere garantito anche con diete prive di carne (diete pesco-lacto-ovo vegetariane o interamente basate su prodotti di origine vegetale), oppure con pochissimi prodotti di derivazione animale (carne, latte, latticini, uova, pesce…).

Abbiamo visto quali danni economici e sociali abbia causato la pandemia di Covid-19, un coronavirus con una mortalità stimata intorno allo 0,4%, altri virus come la Spagnola, Sars, Mers, Nipah hanno mortalità rispettivamente del 2, 10, 34 e 40%. Quest’ultimo virus si è sviluppato nel 1997 in Malesia nell’omonimo villaggio di Nipah che aveva un allevamento di 30 mila maiali. Il virus era stato trasmesso dai pipistrelli costretti a uscire dal loro habitat dopo che 10 milioni di acri di foresta erano stati distrutti da incendi. Si ritiene che senza la deforestazione e l’alta concentrazione di maiali, difficilmente questo virus avrebbe potuto emergere e passare all’uomo.

Quindi la deforestazione per produrre più carne e il cibo che mettiamo nel nostro piatto hanno un effetto importante sul rischio di future pandemie. Gli allevamenti intensivi di polli sono delle bombe biologiche eticamente insostenibili. Conviene passare al consumo di altri tipi di carne, oppure preferire proteine di origine vegetale (cereali, legumi, noci), perché il rischio che stiamo correndo è troppo elevato: “ciò che può essere economico per l’industria può essere troppo costoso per l’umanità”.

Antonio Pratesi

 

 

Qui sotto trovate il link all’articolo originale:

 

Aspettando la prossima pandemia: cosa ci riserva il futuro e come possiamo prepararci? Il nuovo libro di Michael Greger

About The Author

Medico Nutrizionista Clinico, Food Politics. Diet-debunker.

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